Gianluca Monti - giornalista e comunicatore.

“Lucariello”

Quella mattina “Lucariello” si era svegliato presto, come al solito. Aveva preparato la consueta colazione a chi di alzarsi non ne voleva sapere ma era costretta a farlo, si era interrogato nel frattempo se valesse davvero la pena approfondire quel discorso che aveva appena accennato con un amico qualche giorno prima.

Si era chiesto insomma se valesse la pena di buttarsi in questa nuova avventura: dalla Rosea al calcio in rosa, onestamente un salto nel buio. E poi c’era quella vocina dentro che continuava a ripetergli che “no, caro Lucariello, il presepe non ti piace e non puoi negarlo a te stesso”. Agli altri però sì, forse, e poi visto che di lavoro c’è sempre bisogno perché non dire una “bugia bianca”? Si era fatta ora, meglio andare perché…le donne non si fanno aspettare o semplicemente perché non è mai bello far tardi. Una strada sconosciuta, o quasi. Emblema o correlato oggettivo, fate voi, di quello che aspettava “Lucariello”. L’ignoto, appunto, o il poco noto – che poi non c’è mica tanta differenza.

Sì, ne aveva sentito parlare di questo presidente e di questo calcio femminile, aveva sbirciato qualcosa nei giorni precedenti quasi a non volersi far trovare impreparato per non far capire che “no, il presepe proprio non gli piaceva”.

Il problema però è sempre stato uno: “Lucariello” le bugie non ha mai saputo dirle. Glielo si leggeva in faccia quando non ci credeva neanche lui, il suo papà non aveva bisogno neppure di interrogarlo e le fidanzatine sapevano prima ancora di incrociare il suo sguardo che cosa avesse realmente combinato.

Ed allora, perché mentire o sperare di cavarsela con un silenzio assenso? Non era possibile farlo, non era corretto nei confronti dell’amico che lo aveva anche consigliato in maniera appropriata, non era giusto nei confronti di chi gli stava comunque aprendo le porte del suo mondo. Sarà stato all’altezza di uno svincolo mentre il navigatore indicava di girare a destra che “Lucariello” si convinse: se bisogna saltare nel buio meglio farlo senza paracadute.

“Piacere, sono “Lucariello” ed il calcio femminile, il mio presepe, non mi piace”. Così è iniziato tutto.

A “Lucariello” le belle donne sono sempre piaciute e quindi questo salto nel buio, fatalmente, lo ha affrontato con quel classico  voyeurismo italiano da commedia Anni ‘70. Un misto di “ho sentito dire che”, “mi hanno raccontato” e “fidati di me...” che ben si sposava con il classico darsi di gomito di quei film che hanno segnato la crescita di almeno un paio di generazioni se non di più.

Pensandoci bene, poco è cambiato da allora ad oggi: Pierino si è trasferito in quasi tutte le chat di whatsapp nelle quali si parla di calcio. È come se si fosse reincarnato in ciascuna delle nostre conversazioni di gruppo sul pallone, e tutto sommato a quelli che...”il presepe non ci piace” diverte finanche ammetterlo che in fondo siamo tutti un po’ Pierino, per sfizio e per cameratismo.

Ogni squadra, ogni spogliatoio, ogni classe ha i suoi personaggi già ben definiti e delineati se - come accaduto a “Lucariello” - li conosci  quando l’anno scolastico è già cominciato. Ecco, il “bello”, quello che al liceo le conquistava tutte e che tra i calciatori fa la “vita da bomber”, in questo strano mondo non c’è. Forse anche per questo Lucariello si ostinava: “Il presepe non mi piace”.

Mariah, nonostante la sua bellezza, non ha fatto assolutamente nulla per far cambiare idea a Lucariello, tranne essere Mariah naturalmente. Certo, valla a capire una che dalla California è venuta a giocare a calcio in Italia. Il primo pensiero di Lucariello è stato quello di paragonarla a qualche cestista degli anni ‘80-90, uno di quelli per i quali la mitica NBA era troppo ma che in Italia faceva la differenza. Un Walter Barry, magari.

Il paragone tra gli sport è sempre stata una passione di “Lucariello”, tennista per vocazione paterna, calciatore amatoriale con trascorsi in pratica solo nella III C (ma difensore centrale di buon livello, almeno nei tornei scolastici dell’epoca) e appassionato di basket soprattutto ai tempi di Novosel quando con il “mitico Bitte” andava a vedere la Paini.

Mariah viene dal Golden State, quello dei Warriors ma anche di Hotel California. Parla inglese per difesa e italiano per attaccar bottone, un po’ come quando corre sull’amata fascia destra: mentre sembra che stia per arretrare, già ti ha anticipato e non te ne accorgi neppure. Tutto questo “Lucariello” non lo sapeva ancora quando cercava di capire perché, “why”, perché una americana doveva venire a Napoli per giocare a calcio, questo povero soccer che a “Lucariello” proprio non piaceva, e non semplicemente a mangiare la pizza?

Lo sport universitario statunitense è quello che però ha sempre ispirato la “madness” di “Lucariello”, la sua follia. Sarà perché è nato a marzo, quando va in scena appunto la “March madness” del basket Ncaa. Allora, Mariah poteva essere un’occasione, poteva almeno servire questo “pastore” con la maglia numero 3 a raccontare quel mondo così lontano. E poi, particolare nulla affatto irrilevante, sentirla parlare faceva tornare indietro “Lucariello” agli anni di Dan Peterson e delle sue telecronache.

Mariah però non è di tante parole, quelle che servono “no more”. “Lucariello” ha fatto presto, stavolta, a capire il perché: neppure una sola emissione di fiato va sprecata per Mariah perché tutto quello che ha le serve per correre. Corre sempre, sempre: prima dell’allenamento mentre le altre sono ancora nello spogliatoio e si dedica alla tecnica individuale, durante il lavoro di gruppo per sprintare in testa e dopo l’allenamento quando prova i cross mentre le compagne rientrano sotto la doccia. Si ferma solo quando fa le posture, quasi come fosse lì ad insegnare all’Italia come si fa sport negli USA.

Poi, però, esce dal campo e si appisola, strano ma vero. “Lucariello” l’ha studiata ma non capita, almeno fino al giorno in cui la squadra - non Mariah, la squadra - ha pareggiato una partita facendosi rimontare due gol di vantaggio. Mariah stavolta è entrata per prima nello spogliatoio ed ha iniziato a piangere, come fosse una “latina” qualsiasi. La forza è diventata fragilità, anzi la fragilità è la sua forza. Questo Mariah a “Lucariello” glielo ha detto solo qualche giorno dopo, quando lui era ancora lì a chiedersi perché, “why”, perché proprio Mariah era finita in lacrime. “Il presepe, anche se non piace, bisogna conoscerlo per poterlo capire” - parola di “Lucariello”.

Del presepe, quello vero, a “Lucariello” era sempre piaciuta una cosa più di ogni altra: la nitidezza dei personaggi, il loro apparire immediatamente chiari in ciò che rappresentavano. Tutti i pastori conoscevano sapientemente il loro ruolo nella società dell’epoca. Le loro facce, magistralmente intagliate dai maestri di San Gregorio Armeno, fanno da sempre capolino in città; capita di vederle un po’ ovunque: vetrine, salotti e ovviamente chiese. Da piccolo “Lucariello” era affascinato dalle cascate dei presepi che gli sembrava inondassero le mille chiese di Napoli mentre la vita del presepe scorreva invece lenta come si confaceva alla sua pigrizia di bambino.

Un altro aspetto che lo incuriosiva era da dove venissero quei personaggi, quale fosse la loro storia ma anche la provenienza geografica: erano tutti lì ma come ci erano arrivati? Diventato grande, ma solo di età, “Lucariello” si era convinto che il luogo di origine rivelasse anche il modo di essere delle persone, o almeno fornisse qualche prezioso indizio in merito.

Nell’approccio al nuovo presepe che gli si poneva davanti, “Lucariello” si faceva forte di questo convincimento, rivelatosi poi totalmente, o quasi, sbagliato. Il melting pot di uno spogliatoio è capace di far sedere sulla stessa panca una torinese, una californiana e una procidana ma soprattutto è capace di mixare quegli elementi al punto tale da legarli insieme e da non riuscire più a distinguere i singoli ingredienti della ricetta e la loro territorialità.

Sarà per questo che Paola, nata a Procida, sembrava dovesse per forza essere come “Lucariello” immaginava tutte le donne - e gli uomini - di quell’isola meravigliosa. “Se sei figo vai a Capri, se sei borghese vai ad Ischia, se ne capisci vai a Procida”, su questo “Lucariello” non ha mai avuto dubbi. Procida è il suono delle barche che tornano al mattino al porto della Corricella, è quell’ammassarsi di nasse sul molo impossibili all’apparenza da sciogliere, è i colori pastello di case tanto belle che sembrano disegnate, è un bicchiere di Biancolella e Forastera che ti apre la mente ed il cuore. Se non ci siete stati, la colpa è solo vostra e la sabbia nera e vulcanica vi punirà con il suo ardere sotto il sole e sotto i piedi.

Paola dunque doveva essere così: romantica e infuocata. “Lucariello” - che è qui ancora a chiedersi se ha ragione o torto - lo aveva comunque già deciso prima ancora di vederla chiusa nella sua scorza da finta dura. Si offendeva “Lucariello” ogni qual volta nominava Procida e a Paola, incredibile ma vero, non veniva immediatamente da sorridere. Sperava di parlarle della spiaggia del Pozzovecchio, del suo amico Carlo che la accudisce, delle lingue di gatto e quant’altro ed invece lei era un muro, come in campo.

Difficile scalfire gli scogli di un’isola, debbono decidere loro se e quando lasciare che l’acqua si insinui e fino a quale profondità. Paola un giorno ha scelto fiera, come uno scoglio di Procida, di aspettare l’onda, ha guardato “Lucariello” negli occhi e ha iniziato a raccontarsi. Da sola, con un pallone tra le mani, nel buio dello spogliatoio.

È partita all’attacco, come ogni difensore centrale che vuol far sentire immediatamente al centravanti di turno che per lui quel giorno sarà dura. Primo tackle, la sua sessualità. Già, il famoso argomento da commedia anni ‘70 che prima o poi sarebbe dovuto venir fuori. “Lucariello” non ha fatto in tempo neppure a pensare a quei discorsi, Paola era già avanti, aveva rubato il pallone in scivolata e fatto ripartire l’azione della sua squadra. Aveva raccontato di lei e di Rossana, della mamma e del papà - con gli occhi color del mare di Procida - che l’hanno sempre sostenuta, dei loro sacrifici, dei suoi sacrifici, del lavoro da cameriera e di quel tatuaggio rivelatore che avrebbe spiegato a “Lucariello” molto di più di ogni altra parola. Le scarpe a punta da ballerina classica e quelle con i tacchetti da calciatore intrecciate insieme in un unico disegno: sul polpaccio di Paola c’era tutta la storia del “pastore” numero 5.

Danzatrice per passione giovanile, ora ha smesso di ballare sulle punte ma continua a farlo, senza musica, sul campo. Sembra sgraziata come una che pratica hip hop, poi alza una gamba fino in cielo, finisce per rotearla come solo a teatro “Lucariello” aveva visto fare e intercetta un pallone che sta per finire sulla testa dell’avversario. Ibra pare faccia arti marziali quando in acrobazia stoppa oppure calcia, lei pare rimettersi le punte e togliersi i tacchetti. “Strano - ha pensato “Lucariello” -, non che mi piaccia, per carità, ma è divertente”. Per lei, almeno, lo è di sicuro e di sicuro lo è più che parlare di Procida, perché in generale Paola si annoia ad ascoltare quelli che la giudicano, sia pure solo per la provenienza. Figuriamoci, dunque, quanto poteva scocciarla sorbirsi “Lucariello” e i suoi racconti su “quella volta che sono andato al faro con mia moglie, non hai idea che bello. E non era neppure una giornata di sole...”. Paola non lo sentiva più, stava già ballando senza musica.

“Vorrei vederli ora, tutti ‘sti fenomeni che dicono che il presepe è bello e sono io l’unico a cui non piace”, pensava Lucariello sempre più convinto di essere nel giusto. Forse lo era, forse no. Di sicuro, il politicamente corretto non gli è mai piaciuto, ancor meno gli piacevano quelli che lo accompagnavano verso questo nuovo mondo con un sorriso tra il compassionevole ed il sadico. Il calcio, invece, gli piaceva da sempre, gli piaceva ancora, e pure molto. I suoi pastori erano stati per anni le figurine Panini, così vicine e così lontane oggi che i bambini più che giocarci le incollano ai loro album confondendo magari gli eroi del pallone con i supereroi dei cartoni.

Questi ultimi per “Lucariello” non sono mai esistiti, lui da piccolo declamava solo formazioni a memoria e da grande continuava ad associare i luoghi più strampalati del mondo alle rispettive squadre di calcio. Se gli chiedi dove si trova un posto, uno qualsiasi nel mondo, “Lucariello” ti risponde con il nome del locale football club o dello stadio, così da farsi beffe dell’interlocutore. Per questo “Lucariello” si è sempre ritenuto un “presepista” nell’eterna disputa tutta “Bellavistiana” con gli “alberisti”. Il calcio ha avuto per “Lucariello” un aspetto romantico che lo ha portato a credere che davvero sia “la cosa più seria tra le cose meno serie”. Una materia, dunque, con la quale è vietato, o quasi, scherzare.

Quindi, pensava “Lucariello”, che nessuno si dovesse mai più permettere di dirgli che “no, non fa niente se i tuoi nuovi pastori non conoscono tizio o caio (con la minuscola altrimenti sarebbe l’ex centravanti di Napoli ed Inter) perché loro sono un’altra generazione e tu devi adeguarti”. Facile dire o fare così quando non ci sei dentro.

“Lucariello” voleva comunque provarci a farselo piacere questo nuovo presepe e quindi, con modalità che apparivano casuali ma che non lo erano affatto, la buttava lì, nel mucchio, come una palla da contendersi a centrocampo. “Di punta, alla Romario” aveva detto una volta ad una delle punte della squadra. Non ricordava se fosse un invito a calciare o un commento dopo un tiro, ricordava di aver ricevuto come risposta un “come chi?” che lo aveva convinto a lasciar perdere, a pensare che non era lui a doversi adeguare ma erano quei pastori che avrebbero dovuto modernizzarsi. Dovevano prendere, andare su YouTube e capire di cosa stava parlando, anzi di chi stava parlando “Lucariello”.

Pensava questo “Lucariello” quel giorno mentre conduceva le ragazze tra i vicoli del centro storico. A dire il vero, lui e le altre si lasciavano condurre da Chiara che sembrava muoversi tra i vicoli come tra i pali di uno slalom speciale sulle montagne del Trentino. Eppure, rifletteva “Lucariello”, essendo di Trento non sarà di certo abituata a questi spazi stretti. Anzi, negli spazi stretti lei ci sta male: troppo alta, troppo riccia, troppo curiosa per essere compressa in un qualsiasi stereotipo e gli stereotipi, si sa, sono terribilmente stretti.

Stretto Chiara si teneva uno zaino sulle spalle, precauzione inevitabile da queste parti. Quando sei difensore come lei, la prima cosa importante da fare è leggere le intenzione dell’avversario e guardarti, appunto, le spalle. Eviti i tagli in profondità, agisci preventivamente e decidi se mettere in fuorigioco l’attaccante o anticiparne il movimento. A Chiara tutto questo riesce naturale come le riusciva naturale seguire quella strada che aveva già fatto in precedenza e che conduceva al murales di Maradona.

Ok, Maradona lo conoscono tutti e quindi...Uomo o donna che tu sia, se giochi al calcio oggi, ora, sempre, hai visto almeno una “malatia” di Maradona, come qui chiamiamo ancora i “trick” del più grande di sempre. C’era un’intervista tv da fare e quel murales ai colleghi era parso lo sfondo giusto. Per “Lucariello”, sia ben chiaro, eravamo oltre la blasfemia, peggio dell’episodio “Romario chi?”. Chiara era davanti alla telecamera, Diego alle spalle, “Lucariello” invece era intento a chiedersi il Pibe cosa ne avrebbe mai pensato di quella scena e a ricordarsi orgoglioso di quelle tre volte in cui, fiero cronista della Rosea, era stato a contatto con Lui. “Chiara, cos’è Napoli?”, domanda secca del giornalista, spiazzante e rapida come quel motorino che sfrecciava proprio in quell’istante costringendo lei, la ragazza di Trento, a spostarsi per evitarlo perché a Napoli è il pedone che evita il “mezzo” e non viceversa. “Napoli è calcio”, bum! Firmato Chiara da Trento.

In realtà, lo ha detto con gli occhi prima che con la bocca: si è girata, ha guardato il Diez e Lui, ne sono certo, l’ha ispirata. Occhi che sanno parlare quelli di Chiara, esattamente come quelli della canzone di Pino Daniele. Occhi capaci di non saziarsi mai di novità e orecchie desiderose di ascoltare. Sarà per questo che in campo Paola lancia un urlo che sembra un grido di battaglia quando colpisce di testa mentre lei, Chiara, che le gioca al fianco, sembra raccoglierlo. Si carica tutta la pressione che c’è su un difensore sulle sue spalle forti e poi la butta via insieme a quei palloni che, quando è il caso, scaraventa in tribuna.

“Lucariello” se la immaginava più a conversare che a giocare perché, ovviamente, aveva sottovalutato i suoi nuovi “pastori”. Chiara invece sa leggere le traiettorie, ma anche autori raffinati. Sa cogliere il senso profondo di ogni nuova avventura: è come se girasse tutto il presepe, in lungo ed in largo, per apprezzarlo davvero. Se poi c’e una cascata, una di quelle che “Lucariello” stava a guardare per ore da piccolo nelle chiese di Napoli, Chiara ci va in canoa guadando il fiume con coraggio e calma. L’ha capito “Lucariello” quando lei gli ha raccontato della mamma, dei sogni e delle scelte di vita o più semplicemente lo ha capito quando lei gli ha chiesto dove poter andare per una gita. Chiara sembra non accontentarsi mai di star ferma in un posto, desiderosa com’è di scoprire il mondo, “Lucariello” invece in questo nuovo e strano mondo ci era appena entrato e non sapeva già più come uscirne.

Ha sempre sostenuto “Lucariello” che le pagelle - inventate come genere dal mitico Gianni Brera - fossero bivalenti, nel senso che come i giornalisti ancora oggi le assegnano ai calciatori altrettanto accade all’inverso dopo ogni intervista. Di questo si era persuaso nel corso degli anni, complice anche un pizzico di presunzione.

Era convinto “Lucariello” che dall’altro lato del microfono o del taccuino ci fosse sempre qualcuno che lo intervistasse a sua volta, per meglio dire lo scrutasse per poi emettere un giudizio. Succedeva soprattutto quando a “Lucariello”, di Rosea vestito, capitava di intervistare calciatori, allenatori o dirigenti di un certo livello. Aveva la sensazione che per riuscire a strappare loro qualcosa di significativo che andasse oltre il classico “calcese” servisse dimostrare in anticipo di essere uno di campo, diciamo di bordocampo.

Tuttavia, il giudizio poi doveva rimanere asettico almeno da parte del giornalista. Simpatie o antipatie di sorta sarebbero dovute passare in secondo piano al momento della stesura del pezzo, questo avevano insegnato a “Lucariello”. Non sempre chi scrive riesce a tenere l’anima fuori dalla penna e non è detto che riuscire a farlo sia necessariamente un bene. Però bisogna provarci, di questo “Lucariello” era abbastanza sicuro. Per questo motivo quasi si offendeva quando gli chiedevano se era amico di questo o quel calciatore. Amico non crede di esserlo mai stato di nessuno, confidente forse di qualcuno, estimatore di molti (sperando logicamente di essere ricambiato), estraneo per i più visto che tra l’altro i calciatori che leggono le firme dei giornalisti sono merce rara.

I rapporti sono cambiati dentro e fuori le società di calcio, l’invidia di “Lucariello” che aveva visto Maradona dagli spalti e poi lo aveva intervistato quelle “famose tre volte”, era tutta rivolta dunque ai colleghi che...”ho fatto Maradona”. Già perché chi a Napoli ha vissuto quel settennato dal punto di vista giornalistico lo racconta fiero, con orgoglio: “Io che ho fatto Maradona...”, dice. Lì si ferma ogni discorso.

Con questi presupposti...Valli a capire i calciatori di oggi, vai a capire le donne, figurati le calciatrici. Stentava infatti “Lucariello” a comprendere cosa spingesse una donna a giocare a calcio, forse anche per via di quel “sano” maschilismo che ormai solo parlando di calcio gli uomini non si vergognano di mostrare.

Di contro, “Lucariello” si chiedeva come questi “pastori” avrebbero visto e giudicato lui, se era vero l’assunto per il quale le pagelle sono reciproche. Se lo chiedeva con finto disinteresse fino a quando Betta non gli ha chiesto uno stupido, banale, favore che poteva sembrare extracampo ma che invece aveva profondamente a che fare con le sue prestazioni.

Ecco, ancora oggi “Lucariello” non sa se quel giorno si è messo a disposizione per predisposizione naturale o per vanità, sa però che da quel giorno Betta gli ha aperto le porte di ogni bottega del presepe. Mentre Chiara lo girava dunque palmo a palmo per apprezzarlo nella sua essenza, “Lucariello” veniva guidato da Betta alla scoperta di questo nuovo mondo. Una sorta di Virgilio o di Caronte, fate voi.

Betta non faceva altro che rispondere, senza accorgersene, ai “perché” di “Lucariello” che ricordavano spesso quelli molto più celebri di Mourinho. Ogni risposta era diversa ma rimandava allo stesso punto: il calcio. Per Betta tutto è calcio: il riposo, la bici, le amiche, la “bolla”, la spesa, il cibo, il pullman che porta al campo, la musica, l’allenamento, la tattica, i movimenti, la partita, la vita e finanche il dentista.

Poteva mai essere vero che per una donna tutto era calcio? Sembrava di sì, almeno stando a sentire Betta, e questo rischiava di minare le certezze di “Lucariello” che mentre le botteghe del presepe gli si aprivano davanti era sempre riluttante nel volerci entrare. “Non mi piace, che ci faccio qui?” si chiedeva.

Betta aveva il passe-partout per entrare ovunque, far conoscere così anche le compagne sotto un’altra prospettiva, una diversa filigrana. Difficile star dietro a tutte pensava “Lucariello”, che già fatica a star dietro a sua moglie. Meglio rifugiarsi, allora, nei paragoni, quelli che era solito fare tra i vari sport e che lo aiutavano a mettere ordine e ristabilire le priorità.

Per ogni portone che Betta gli apriva, “Lucariello” aveva deciso quindi di iniziare a tirar fuori una fotografia simile ma più bella, almeno secondo lui, di quella che gli si parava davanti. Così parlava a Betta di quel calciatore, quel giornalista, quel cestista, di Agassi, di Salvatore Bagni, di quell’amico, quel pezzo, quel libro e soltanto poi delle compagne di squadre.

Tutto vero, comprovato e certificato. Del resto, era stato il calcio, e lo era ancora, la vita professionale di “Lucariello”, ma era anche la vita di Betta che lo guardava sempre con quell’aria stupita e la bocca aperta come fosse stata ritratta da Munch nel suo “L’urlo”. Betta appariva eternamente sorpresa, “Lucariello” cominciava ad essere addirittura un po’ sbigottito, invece, perché la vedeva correre a perdifiato sull’amata fascia sinistra, poi tornare indietro e poi ancora ripartire e poi studiare come migliorarsi ogni giorno, come combattere quell’eterna battaglia interiore che predispone a quella con l’avversario, come - insomma - essere calciatrice, sempre, ogni minuto della sua vita. “Lucariello” era spaventato, anche lui sembrava il protagonista del celebre “L’urlo” di Munch perché quel presepe iniziava a fargli paura.

“Lucariello” pensava dunque di essersela cavata, di avere avuto con il passare del tempo una pagella quantomeno sufficiente da parte di tutte le ragazze, grazie - essenzialmente - all’intercessione di Betta, il “pastore numero 13”.

Non che volesse piacere loro, ma iniziava a percepire il gusto dell’empatia. Succede un po’ per abitudine, un po’ per quello stimolo a rimettersi in gioco che cerchi magari talvolta addirittura di sopire ma che prima o poi torna a galla.

Ci aveva pensato molto “Lucariello” a come e quando tornare in pista, poi altri avevano quasi deciso per lui che nel frattempo si era lasciato trascinare. Crogiolarsi e trastullarsi con domande senza risposta alcuna, o con troppe risposte insieme, era un hobby che “Lucariello” coltivava da sempre ed al quale si era dedicato con particolare abnegazione nell’ultimo periodo. Immaginare la gioia di sua moglie vi riuscirà semplicissimo.

La vita è ciò che ti capita e non solo ciò che ti meriti, ma è anche ciò che fai per meritarti quel che ti capita. Pensieri di questo tipo erano fin troppo presenti nella mente di “Lucariello”, che talvolta si sentiva quasi disceso agli Inferi piuttosto che proiettato all’interno di un presepe che - anche un po’ per arroganza - “non gli doveva piacere”.

Il buio da piccolo gli faceva paura, la luce ora la vedeva solo a tratti e comunque buio e luce si confondevano, si alternavano. Era esattamente come nel presepe della chiesa di Santa Caterina a Chiaia. “Lucariello” lo andava a vedere sempre da piccolo e, oltre alla cascata che tanto lo affascinava, rimaneva incantato dal sorgere e tramontare del sole in pochi secondi, giusto il tempo di dare una sbirciata a quelle botteghe, alla mangiatoia ed ai pastori.

Nella penombra in cui camminava, “Lucariello” temeva di inciampare e anche per questo motivo si muoveva a tentoni. Emanuela gli sembrava andasse come lui in cerca di certezze smarrite. Difficile, dunque, non guardarsi con legittima diffidenza. Anche il suo mondo stava cambiando, in continua evoluzione come si conviene a molte di queste ragazze.

Già perché il passato incombe su di loro non meno di quanto incombeva su “Lucariello”. Emanuela non era nata difensore, lo è diventata, non era nata calciatrice nel senso che quando era una bambina non era lecito pensare, neppure sognare, di fare la calciatrice. Ed invece lei si trovava ora a guardia di una fede, essenzialmente la sua, con la maglia azzurra tatuata addosso.

“Lucariello” aveva la sensazione che Emanuela lo guardasse in cagnesco, forse perché entrambi gattonavano. In realtà lei lo stava semplicemente “annusando”. Per la prima volta, quindi, “Lucariello” si sentiva osservato ed invece di attaccare quasi retrocedeva, come un attaccante che preferisce girare al largo da un difensore.

Lei entrava decisa, “Lucariello” - lo ricordate - non sapeva fingere (quindi nemmeno simulare di aver subito un fallo) e per quello si nascondeva. Gli è toccato, per una volta, venir fuori dal guscio e scontrarsi, scoprire, conoscere e dover ammettere di apprezzare. Apprezzare i tanti sacrifici di Emanuela, perchè no il suo sentirsi inadeguata, il doppio, anzi triplo, lavoro e l’amore per Napoli, quello sì, condiviso da entrambi.

Pensava alla sua terra, alla loro terra, “Lucariello” mentre un giornalista de Il Mattino, e non poteva essere altrimenti, intervistava Emanuela nel ristorante dove lei fa la cameriera quando gli altri impegni glielo permettono. La vista su Bagnoli, lì dove cala il sole, è magnifica e struggente. Racconta di una terra tanto romantica quanto martoriata, di grandi prospettive e di più grandi rimpianti, racconta del futuro di Napoli ma anche del suo passato. Ecco, in quel momento a “Lucariello” venne naturale tornare indietro nel tempo, precisamente al primo appuntamento con sua moglie. Un incontro che gli avrebbe fatalmente cambiato la vita. Già, perché la vita cambia, più e più volte, e bisogna adattarsi, essere malleabili agli eventi senza lasciare che però questi ultimi sovvertano i valori. A “Lucariello” i cambiamenti hanno sempre fatto paura, sempre, e sembravano farne un po’ anche a Emanuela. Questo forse aveva permesso ad entrambi di avvicinarsi senza ringhiare, anzi di sorridere insieme delle reciproche avversità. Andiamo avanti, senza (troppa) paura.

Il presepe affascina da sempre i bambini e le persone anziane, che raccontano di quando avevano l’età giusta per allestirlo, magari di quando si davano da fare con il sughero, il muschio, e di quando andavano a comprare i pastori a San Gregorio Armeno. Di come poi li disponevano accuratamente, ciascuno a seconda dei propri gusti ma rispettando quasi tutti le stesse “leggi”. E poi c’erano le ricorrenze, quelle sì canoniche. Deporre Gesù nella mangiatoia, far arrivare i Re Magi a portare i doni: ciascuno sa quando questi passaggi debbono avvenire e come in qualche modo scandiscano il tempo.

Già, il tempo. “Lucariello” si interrogava spesso su quanta differenza di età ci fosse tra lui e quei nuovi pastori. Non lo faceva per sentirsi più vecchio di quanto già non fosse o per spronarsi a tornare a correre, ad allenarsi. Si interrogava su questo aspetto generazionale per un motivo: gli era sempre sembrato, e gli avevano anche fatto notare, che molto spesso i giornalisti erano troppo più grandi dei protagonisti, dei calciatori per riuscire ad entrare in reale empatia con loro, a parlare il loro stesso linguaggio e ad evitare, quindi, interviste banali. Aveva avuto spesso questa impressione “Lucariello” nel corso degli anni, pur rispettando profondamente la saggezza e l’esperienza di molti colleghi, che però sembravano poi lontani dal mondo dei giovani almeno quanto lui si sentiva lontano da quel male ragazze.

Non a caso, faceva mente locale “Lucariello”, ogni qual volta gli era capitato di aver a che fare con colleghi stranieri che erano venuti in città per assistere a conferenze e partite, si era accorto che loro erano tutti quanti “sbarbatelli” e noi, vecchi italiani, consideravamo “Lucariello” giovane nonostante si avviasse ai quaranta. Dunque, cosa potevano mai dirsi “Lucariello” e quei “pastori” così giovani e imperscrutabili? Ma soprattutto, come dovevano dirselo? In che lingua si sarebbero parlati?

La velocità con la quale Caffe, il “pastore numero 77”, esprimeva non uno ma mille concetti ha messo in difficoltà all’inizio “Lucariello” almeno quanto le sgroppate sulla fascia di questa ragazza mettono in difficoltà i terzini che si trova di fronte. Lei parte, tu provi a starle dietro ma non la prendi più. Caffe raccontava tutto come se stesse arrivando sul fondo a cento all’ora per mettere il pallone in mezzo ed essere pronta, se le cose non fossero andate come si augurava, a tornare indietro sprintando ancor più forte.

Insomma, per “Lucariello” 15 secondi erano quelli che occorrevano ad una stella cadente per andare giù nella notte di San Lorenzo mentre lui esprimeva un desiderio infantile magari steso su un prato con la faccia rivolta al cielo ed abbracciato ad una ragazzina che aveva la sua stessa età. Invece, 15 secondi bastavano a Caffe per raccontargli di lei, fare una storia su Instagram e passare avanti.

“Lucariello” aveva già capito che quel presepe cambiava repentinamente sotto ai suoi occhi perché le ragazze si muovevano così svelte che lui, pigro sin da bambino - lo ricorderete -, faceva tremenda fatica a scorgere quello che stava realmente accadendo.

In uno spogliatoio, in qualsiasi spogliatoio ma in quelli femminili un po’ di più, gli umori mutano rapidamente con il mutare delle formazioni prima ancora che dei risultati e dallo spogliatoio si esce tutti con una maschera diversa ogni giorno, dopo ogni allenamento e prima di ogni partita. L’unica volta in cui tutti dovrebbero avere la stessa faccia felice è dopo una vittoria, ma non è neppure detto che sia sempre così.

“Lucariello” pensava quindi alla sua difficoltà a relazionarsi con queste ragazze così “smart” quando un giorno Caffe si fermò, stupita, perché lui aveva colto dei segnali che lei aveva voluto lanciargli. Un pianeta si era avvicinato all’altro o quantomeno i due non viaggiavano più a velocità così diverse. “Se sei in grado di metterti in scia allora vuol dire che se mi giro ti vedo e che, se ci sei ancora, forse mi posso fidare”. Magari avrà pensato questo Caffe, per 15 secondi non di più, quando un giorno a pranzo, seduta vicino ad una donna a lei sconosciuta, ha guardato negli occhi “Lucariello” per capire se di quella persona poteva fidarsi. Ha cercato uno sguardo di approvazione, l’ha ricevuto, si è sentita rasserenata e si è messa a parlare, a tutta velocità, alla donna che aveva a fianco di chissà quali segreti. Quindici secondi, il tempo di una stella cadente o di una stories su Instagram, e Caffe aveva già raccontato di sé ed espresso i suoi progetti futuri, i suoi desideri da avverare. Lei ne ha una miriade, “Lucariello” ne aveva uno solo: trovare il modo di farsi piacere quel presepe.

Di quei “pastori” a prima vista così diversi ma per certi aspetti poi terribilmente simili a quelli ai quali era abituato, “Lucariello” cominciava ad avere un’opinione diversa, decisamente migliore. Per carità, nel complesso “il presepe non mi piace e non potrà piacermi in futuro” - pensava - però i personaggi che lo compongono...

Del resto, era un po’ come giocare a Mercante in Fiera quando il Natale si approssima: non ne hai puntualmente voglia, ma alcune carte ti sussurrano qualcosa. È come se avessero il potere di portarti indietro nel tempo, non dico a quando eri un lattante perché - si sa - il lattante non vince mai, ma a quando ragazzino immaginavi che quelle carte avessero un’anima.

Il guerriero, forse il moschettiere, erano quelle che nel suo eterno fare paragoni “Lucariello” si era portato dietro per tanti anni custodite nel cassetto dei ricordi. Le tirava fuori ogni tanto, in maniera pressoché inutile, quando c’era da elogiare l’animus pugnandi del mediano di turno o l’eleganza di uno stoccatore d’area di rigore. Esattamente quei classici cliché che si era ripromesso di non usare mai ma che spesso gli tornavano utili per allungare il pezzo, per metterlo “a misura”.

A Napoli, per tutti, dagli Anni ‘80 in poi il Guerriero - rigorosamente con la maiuscola - è Salvatore Bagni ed il fatto che di quel suo nuovo presepe nessuno conoscesse quella carta così preziosa per la squadra del primo scudetto mandava “Lucariello” su tutte le furie.

Quelle gambe storte hanno scritto la storia, pensava, e loro lo ignorano come un Romario qualsiasi. Salvatore Bagni era molto di più che uno “sgorbio” con il numero 4, era cuore pulsante del meccanismo di Bianchi e sedeva alla destra di Diego. Era l’uomo spogliatoio, il collante. Era anche molto spesso ospite della stessa trasmissione tv dove “Lucariello” discettava del suo Napoli, ma soltanto nel giorno in cui Bagni si è deciso a presentare un libro che parlava della sua vita, “Lucariello”, invitato tra i relatori, si era deciso finalmente a chiedergli una foto.

Questione di rispetto verso un’icona, alla quale gli sembrava quelle ragazze - chissà perché - volessero far torto affermando spavalde di non conoscerlo. “Lucariello” riteneva, a giusta ragione, che si dovessero in qualche modo ispirare a lui e forse per questo dal primo giorno aveva preso Giulia in simpatia. Le sembrava l’unica che in qualche modo ne potesse - lontanamente per carità - incarnare lo spirito. Questione di ruolo e, appunto, di spirito. Piccola, ma piccola per davvero, Giulia è capace di buttarsi nel fuoco per un pallone, uno solo e magari anche inutile, per sradicarlo dai piedi dell’avversario di turno e consegnarlo al regista. Sì, è vero, ha qualità nell’inserimento e, chissà come mai, talvolta prova anche ad andar via in tunnel, ma essenzialmente è un elfo che spunta sui palloni vaganti. Lo fa, lo faceva, sempre sorridendo. Sembrava quasi volesse portare il sole della sua Catania ad Anita, a Marta, alle compagne “padane” che magari erano avvolte nella nebbia dei loro pensieri.

Un giorno, però, come un pastore che cade e perde un pezzo, Giulia ha smesso di sorridere e “Lucariello” ha iniziato a chiedersi perché. Non trovava spiegazioni, non gliele chiedeva perché non gli sembrava giusto farlo. Il dolore si rispetta, Bagni - che ha vissuto la peggiore delle disavventure - lo sa bene.

Avete presente i pastori “monchi” del presepe, Giulia era così. Poi un giorno, improvvisamente, qualcuno - “Lucariello” non sapeva ancora chi - le ha incollato il pezzo che era caduto e lei ha ripreso a sorridere. Così, con quel suo solito ghigno, stava contendendo un pallone nel momento in cui il suo ginocchio ha fatto crack; lo aveva appena recuperato e servito alla compagna che lo avrebbe messo in rete e che, a sua volta, non si era resa conto, nell’abbracciarla festante pochi secondi dopo, che lei non si reggeva in piedi.

Era caduta in battaglia come il Guerriero Bagni, non a caso dunque lei era il “pastore con la maglia numero 4”. “Finalmente un paragone andato a buon fine”, pensava “Lucariello” mentre Giulia usciva dal campo in lacrime e già cosciente di cosa l’aspettava: la visita, il responso, l’operazione e la riabilitazione. Nella stanza dell’ospedale ad attendere con lei l’intervento c’erano le sue amiche più care e anche le sue nemiche di inizio stagione (succede negli spogliatoi che prima non ti prendi e poi diventi “colla”). Sul letto di fianco al suo, invece, c’era una signora anziana che aspettava anche lei di finire sotto i ferri. Giulia la serviva come “Lucariello” immaginava da piccolo che avrebbe fatto la migliore delle ancelle, quella cioè delle carte del Mercante in Fiera. Le portava il caffè, l’acqua, il cibo con lo stesso sorriso di quando prendeva il pallone dagli avversari per consegnarlo alle compagne. Forse Bagni, in una vita precedente, era stato un’ancella, pensava “Lucariello” scrutando quel presepe in modo sempre più curioso.

Del presepe al piccolo “Lucariello” erano sempre piaciuti i pastori più minuti, gli sembrava infatti incredibile il modo in cui fossero stati sapientemente lavorati. Erano perfetti nel loro essere alti pochi centimetri, avevano espressioni scolpite che li rendevano vivi. Quelli grandi, chissà perché, non gli erano mai sembrati belli allo stesso modo. Talvolta erano aggressivi, quasi superbi, alcuni addirittura facevano paura. Anche per questo aveva sempre adorato il presepe con tante “miniature” di sua nonna, sobrio ed elegante come quella donna cui era molto affezionato.

Lo aveva visto crescere, ma solo fino ad un certo punto, e gli aveva sempre espresso fiducia; gli diceva con quegli occhi sereni che avrebbe realizzato il suo sogno: scrivere di sport, di calcio. Così, in cuor suo “Lucariello” ogni piccolo traguardo lo aveva consacrato alla nonna oltre che alle sue “vittime preferite”, vale a dire suo padre e sua madre che confidavano nel “Lucariello” futuro giornalista ma speravano soprattutto di vederlo felice.

Quando lo era stato “Lucariello” non era convinto di averlo dimostrato fino in fondo. La realizzazione professionale e personale non l’aveva vissuta con la dovuta gioia perché troppo affaccendato ed immerso nel prossimo pezzo: un errore grave, imperdonabile. Adesso che si approcciava ad un “presepe nuovo” che riteneva essere decisamente meno bello di quello della nonna, faceva trapelare invece tutta la sua insoddisfazione. Un altro errore, ovviamente.

Nencio probabilmente se n’era accorta, per questo motivo a “Lucariello” trasmetteva una sensazione strana. Sembrava quasi che lei lo snobbasse, non per sufficienza ma proprio perché percepiva l’altrui disagio. Per carità, era sempre elegante come in campo, sempre precisa quando “Lucariello” le chiedeva qualcosa almeno quanto lo era nei passaggi che effettuava con il sinistro smistando il gioco da consumato regista. Più geometrica lei, Nencio, di “Cavi”, la sua alternativa nel ruolo di play.

Era talmente ordinata da apparire fastidiosa agli occhi di “Lucariello”, che amava da sempre quei pastori piccoli che più facilmente potevi spostare da un punto all’altro del presepe come fossero elementi del Subbuteo creando disordine, appunto, nell’ordine precostituito di botteghe, taverne e grotte. Nencio sembrava una di quelle statuine grandi che se le spostavi tutti se ne accorgevano e ti rimproveravano perché ciascuna di quelle più imponenti doveva stare al suo posto. Alta, capelli corti, poliglotta, studentessa modello in marketing dello sport: le aveva tutte, ma proprio tutte, per far paura a “Lucariello”.

Già perché - diciamolo - gli uomini hanno da sempre paura delle donne forti, o almeno ce l’hanno fin quando non scoprono i loro punti deboli. E poi a “Lucariello” piacevano i calciatori scapigliati, eccentrici, scaltri, cattivi, sporchi. Il Pocho Lavezzi lo aveva emozionato come pochi altri, ne aveva segnato in qualche modo anche il cammino professionale, gli aveva regalato uno scoop ed una intervista indimenticabile: insomma, era il classico “pastore” da mettere ogni Natale in un punto diverso del presepe secondo la fantasia di “Lucariello”.

Nencio, invece, doveva esserci sul presepe perché indispensabile in campo e fuori ma sembrava quasi intoccabile, intellegibile. Sembrava, appunto, perché la fragilità - stavolta - era tutta di “Lucariello” nel timore di avvicinarsi per davvero, di andare oltre e “scrostare”. Lei continuava a tenerlo lì a debita distanza, affabile ma algida. Lui aspettava di capire se c’erano margini di approccio. Come sempre accade, ha deciso il campo come dovesse finire questa partita. La criptonite di Nencio erano i rigori, arrivavano copiosi e le sarà capitato di sbagliarne due o tre di fila, tutti ininfluenti per fortuna. Ininfluenti per la squadra, non per lei e - di conseguenza - per “Lucariello”. Aveva visto quest’ultimo che allora quel pastore che gli metteva soggezione perché “troppo”, era invece un meraviglioso concentrato di emozioni, un Vesuvio pronto ad esplodere. Nencio pareva gestirle bene queste emozioni, poi arrivava sul dischetto e faticava a tenerle a bada. Aveva fallito dagli undici metri ma fatto centro nel cuore di “Lucariello”, che non l’aveva vista piangere ma aveva immaginato che ne fosse capace e di conseguenza la vedeva ora con altri occhi. Anche Nencio guardava “Lucariello” in altro modo, lo sentiva vicino. Sapeva che adesso per lui anche quei pastori grandi, che da piccolo non si azzardava a toccare, avevano finalmente il loro fascino. “Che strano questo presepe - pensava “Lucariello” - ti sorprende quando meno te lo aspetti.

Qualcosa dunque stava cambiando, nel senso che almeno ora “Lucariello” voleva farsi sorprendere ed era più propositivo. Il presepe continuava a non piacergli ma questo strano valzer di pastori aveva un ritmo frenetico e riservava spesso delle congetture interessanti.

“Lucariello” però continuava a immaginarsi altrove, dove semplicemente era sempre stato e cioè ad assistere dalla sua prospettiva ad un altro presepe. Una prospettiva privilegiata, per carità, guadagnata però con anni di campo, sui campi. Anni che gli avevano fatto vivere montagne russe di puro piacere, raccontare storie intrise di sofferenza e di magia, toccare con mano talenti ineguagliabili ed altri, forse ancor più ineguagliabili, finiti sprecati.

Aveva visto talvolta in carriera dei meravigliosi pastori sentirsi a disagio in un presepe che sembrava non essere quello adatto per farli risplendere in tutta la loro bellezza. Nei confronti di quei pastori che si sentivano in qualche modo a disagio aveva sempre provato tanta tenerezza, la stessa con la quale bonariamente “Lucariello” provava a convincersi che ce l’avrebbe fatta ad adattarsi al suo nuovo mondo.

Un mantra che ripeteva spesso era che tutti i campi, tutte le porte, tutte le aree di rigore avevano le stesse dimensioni, che il calcio era uguale a qualsiasi latitudine ed in ogni categoria e che solo l’aspetto economico determinava qualche differenza nella vita quotidiana e nell’approccio alle partite. Insomma, il pallone era come la legge o come avrebbe dovuto essere la legge e quindi non guardava in faccia a nessuno. Chi non si adattava, di conseguenza, era “bandito”, cioè costretto a cambiare squadra, a cambiare presepe.

Anche “Lucariello” si sentiva così: era finito fuori dal presepe che si era costruito e nel quale sentiva di potersi esprimere al massimo delle sue potenzialità. Era andata così in effetti per anni, però gli scenari cambiano nella vita, nel giornalismo e pure nel calcio. Per tornare ai paragoni, a lui tanto cari, si sentiva...come il “Principito” Sosa nel Napoli di Mazzarri. Chi non lo conosce alzi la mano, “Lucariello” non lo considera certo ai livelli di Bagni o Romario e quindi stavolta l’ignoranza è scusata.

Comunque, questo argentino dalle grandi doti tecniche sapeva giocare a calcio. Il giovedì era spesso inarrestabile. A pieno diritto poteva dunque stare in una squadra di vertice e ritagliarsi un ruolo da protagonista, ma poi la domenica puntualmente finiva in panchina perché l’allenatore non lo vedeva o - per meglio dire - gli preferiva Hamsik (non uno qualsiasi, sia ben chiaro) perché più adatto al contesto tattico.

Ecco, “Lucariello” non era più adatto al suo amato presepe e se ne trovava davanti un altro nel quale tutti i pastori gli sembravano, invece, a proprio agio. Già questo gli appariva molto strano perché era abituato a calciatori che si vedevano solo in un posto, cioè in formazione titolare, altrimenti iniziavano ad agitarsi. In quel contesto nuovo anche questo aspetto era diverso, la panchina si accettava. A fatica, certo, ma si accettava e addirittura si accettava pure la tribuna e non solo se eri l’ultima (Selma) o la penultima (Patricia) ad essere arrivata.

Difficile venire da un altro mondo e sentirsi subito a casa, pensava “Lucariello” che al momento si sentiva ancora sull’uscio della porta da dove sbirciava quel presepe. Ecco perché il sorriso con il quale, invece, Vivien si era presentata il primo giorno, in una Napoli invernale che di sera somigliava più alla Bassa Padania che a...Napoli, lo aveva sbalordito. Lei, tedesca d’America che aveva appena finito gli studi nel Connecticut, doveva essere quantomeno interdetta, chiedersi dove fosse capitata, ed invece sorrideva, sorrideva e ancora sorrideva alla vita. Pochi giorni dopo ”Lucariello” aveva saputo dove era stata alloggiata, non lontano dal mare, ed aveva sorriso lui beffardo pensando che lei, teutonica, non si sarebbe adattata. Invece, Vivien aveva già cominciato a parlare un po’ di italiano, a comprenderlo discretamente ed aveva continuato a sorridere. Intanto, correva a ritmi da “Trials” americani - quindi se le combatteva con Mariah - e poi ogni volta che poteva calciava a giro. “Funny” le disse una volta “Lucariello”, cioè divertente. Non per i portieri, però, che di lì a poco si sono visti recapitare nel corso delle varie partite diversi tiri ad arcobaleno del “pastore con la maglia numero 21” e tutti indirizzati all’angolino. Che quella giocata alla Insigne fosse una specialità della casa, “Lucariello” lo aveva capito in fretta. Vivien partiva sempre da sinistra, rientrava e calciava sul palo lungo. Una parabola arcuata, come lo “smile” che illuminava il viso di quella ragazza. Di certo, a questo nuovo “presepe” non mancava vivacità ed ora era arrivata Vivien a riempirlo di colori. “Lucariello” non voleva proprio farselo piacere il suo nuovo mondo, ma di certo non poteva annoiarsi a starci ogni giorno un po’ più dentro.

Ogni volta che si mette mano al presepe, quello fatto di sughero, muschio, grotte e cascate, ci si accorge di quanta fatica sia stata fatta nel corso degli anni per ampliarlo, renderlo più bello, lasciarlo in qualche modo alle generazioni che verranno come una sorta di testimone del tempo che passa. Spetterà a loro, se lo vorranno, fare altrettanto con i propri figli.

Certo, pensava “Lucariello”, questa usanza rischia di passare un po’ di moda ora che le case sono più piccole, che si passa sempre meno tempo insieme in famiglia, che si ha per certi aspetti meno voglia di apparire tradizionalisti. Ecco, il rischio è di diventare tutti “alberisti” e quindi meno romantici.

In tal senso, quel vecchio romantico di “Lucariello” aveva scoperto con rammarico giorno per giorno per vent’anni filati che le firme sui giornali interessavano sempre meno, che i migliori pezzi venivano letti con decrescente attenzione, che le pagine si sfogliavano ogni volta in modo più distratto, che il tempo massimo di concentrazione del suo “utente medio” era quello che impiegava Caffe per osservare una stella cadente compiere il suo intero percorso e finire nella stratosfera: quindici secondi.

Cosa potevi mai fare in quindici secondi? Al massimo mettere una pallina sull’albero. Il presepe, dunque, rischiava di scomparire? Lucariello si interrogava e si interrogava anche sul perché in realtà non lo avesse mai fatto realmente a casa sua da quando si era sposato. Alla fine predicava bene e razzola a male, dunque.

Era un po’ l’atteggiamento con il quale si era posto dinanzi a quel nuovo presepe, stessa supponenza. Accadeva per quella forma di snobismo che non era quella di Nencio ma piuttosto aveva caratterizzato una generazione intera di giornalisti, la sua. I nati con la penna in mano tra fine Anni ‘70 e primi Anni ‘80 hanno sperato a lungo di essere gli ultimi “superstiti” della carta stampata senza capire invece che il web era sul punto di cancellare questo mestiere. Loro, i giornalisti alla “Lucariello”, erano rimasti a metà del guado troppo a lungo, adesso dovevano correre ai ripari .

Dovevano “adeguarsi” seppur con spirito critico, e lo spirito critico a “Lucariello” nei confronti di quelle ragazze proprio non mancava. Lui in cuor suo, e talvolta anche pubblicamente, le prendeva in giro e le bacchettava per mille aspetti, a torto e a ragione.

Era convinto, ad esempio, che il loro presepe fosse eccessivamente silenzioso rispetto a quello al quale era abituato. Un presepe chiassoso, rumoroso, “protestante”. A “Lucariello” piaceva così, Lisette invece doveva pensarla diversamente: arrivava al campo, salutava con un sorriso timido (diversamente dalla sua connazionale Vlada troppo dolce e timida anche solo per salutare) e iniziava i suoi esercizi. Lo faceva molto prima che scattasse l’allenamento, poi quando era il momento si alzava, iniziava a correre sulla fascia e a rientrare sul suo mancino per puntare la porta. Insomma, faceva tutto quello che doveva e anche di più ma in silenzio e non per problemi di lingua (se vieni dall’Estonia come lei parli certamente un buon inglese, mica sei cresciuta in Italia!)

Semplicemente Lisette è professionale ed il calcio è il suo lavoro oltre ad essere la sua vita. Di conseguenza, non vuole essere disturbata mentre è all’opera. “Lucariello” lo ha capito quando un giorno infreddolito ha ”preso in prestito” il k-way di Lisette, che appena udito il fischio che certificava la fine seduta si è avvicinata per richiederglielo manco lui glielo avesse scippato.

Un gesto semplice che però, nel gelo di quella sera, ha rotto il ghiaccio. Lisette ha cominciato a sorridere, quasi come Vivien, ma intanto ha continuato a fare il suo lavoro con quel sinistro educato che a “Lucariello” piaceva molto, anche se gli costava ammetterlo. Lisette leggeva, studiava e sognava Messi, che stava per arrivare al San Paolo. “Lucariello” le ha permesso di andarlo a vedere, lei ha ringraziato, sorriso - stavolta proprio “alla Vivien” - e ripreso a lavorare. Pensateci bene, Messi è tra i più silenziosi in quel presepe chiassoso del calcio “vero”. Lo è sempre, per qualcuno anche troppo, e lo è anche quando viene brutalizzato dai difensori. Fornisce loro una lezione di stile, come quella che ogni giorno Lisette aveva dato a “Lucariello” fino al momento in cui quest’ultimo l’aveva recepita.

“Lucariello” stava scoprendo dunque di avere tanto da imparare da quel presepe, il che non voleva dire che improvvisamente gli piacesse. Anzi, continuava comunque a cercare difetti di fabbricazione. Per lui era come se quei pastori non fossero stati fatti da artigiani di San Gregorio Armeno ma uscissero fuori da qualche produzione su scala industriale.

Si sforzava, come sempre, di far paragoni per provare anche ad esaltare le caratteristiche di quei nuovi pastori ma così finiva spesso nello sconforto. Doveva trovare un’altra chiave di lettura e pativa il fatto di non essere abituato a farlo. Aveva sempre imboccato una strada e una sola, ostinato sì nel percorrerla ma più che altro spaventato dal dover deviare. Una volta che si era messo in cammino si sentiva nella sua “comfort zone” e guai ad uscirne. Stavolta era costretto a farlo, altrimenti la sua crisi di rigetto sarebbe diventata cronica ed avrebbe  dovuto definitivamente abbandonare quel presepe e, allora sì, diventare una volta e per tutte “alberista”.

Non che il pensiero non lo sfiorasse, però sarebbe stata una sconfitta ancora più larga di quella che riteneva già di aver incassato. “Lucariello” era dunque appeso al filo sottile della sua inquietudine, per restarci aggrappato cercava motivazioni che stentava a trovare e chi lo incrociava glielo leggeva in faccia che stava smettendo di crederci.

Certo, aveva scoperto un nuovo mondo, Betta lo aveva guidato per mano alla scoperta di tante figure interessanti che lo componevano, si era convinto una volta di più che le donne avevano un’altra marcia (più determinate, più professionali, più sorridenti, più tutto) eppure restava dell’idea che nel presepe erano l’eccezione e non la regola. Pensateci bene, le figure dei pastori sono quasi tutte maschili, si trova in genere qualche “ancella modello di Giulia” e poi, ovviamente, c’è Maria al fianco della mangiatoia. Splendida, meravigliosa, unica.

Ecco, unica per l’appunto. L’eccezione e non la regola. Aveva sentito parlare nel corso degli anni “Lucariello” della Morace o della Bavagnoli, stranamente però non gli era mai capitato di intervistarle e neppure di intervistare qualche altra calciatrice. Al massimo aveva intervistato le mogli dei calciatori, totalmente diverse rispetto a quei pastori che ora si trovava davanti ma almeno - nel sottile maschilismo del quale “Lucariello” era intriso - coscienti del loro ruolo.

Dunque, forse “Lucariello” cercava una calciatrice per farsi piacere, almeno un po’, il suo nuovo mondo. Marti lo era, questo era chiaro sin dal secondo o terzo allenamento. Disincantata, antipatica il giusto, talvolta svogliata, lamentosa, spesso con la luna storta, puntigliosa, talentuosa. Amen, Bingo aveva pensato “Lucariello”. Il problema è che se fosse stato un calciatore lui ci sarebbe andato subito d’accordo, era andata esattamente così - ad esempio - con Lavezzi. A quelli bravi, che tu sia un allenatore o un giornalista, sei disposto sempre a concedere qualcosa in più (chi racconta il contrario dice una bugia) e loro se ne accorgono e un po’ anche se ne approfittano.

L’empatia con questo tipo di calciatori gli veniva naturale perché a “Lucariello” la vita privata dei suoi pastori interessava poco, meno che meno gli interessava se in allenamento - come usualmente faceva il Pocho - si accendevano solo in partitina e se vivevano la parte atletica o tattica di ogni seduta come un tormento. La domenica era tutta un’altra storia, e allora chissenefrega del resto asseriva convinto “Lucariello”. Anche i compagni di squadra di questi tipo di calciatori, fidatevi, la pensano così (a patto ovviamente che poi la domenica si vinca).

Il problema è che Marti era donna, non che assomigliasse decisamente più a Pandev che a Lavezzi per caratteristiche tecniche. Un Pandev destro, si badi, ma con le stesse doti: difesa del pallone, furbizia, controllo, visione di gioco. Il problema, come detto, non era quello (anzi) ma il suo essere donna.

Cambiava umore come cambiava gioco, con una facilità disarmante. “Lucariello” voleva starle dietro ma finiva più che altro con lo schivarla per paura che ogni giorno dovesse poi imboccare una strada diversa per andare a passeggio con lei.

Le donne, però, sanno cogliere i segnali e quelli di stima di “Lucariello” verso Marti erano inequivocabili. Così lei, con quegli occhiali grossi, il viso schiacciato, i capelli ricci e quell’aria da elfo aveva iniziato ad approfittare di ogni pausa - e se ne prendeva tante - per scherzare con lui.

“Lucariello” ci andava a nozze, Marti gli sembrava una bambina da accondiscendere finché non le veniva regalata l’unica cosa che desse un senso a quella sua venuta al campo per l’allenamento: il pallone. Allora sì che si alzava dai suoi mille tormenti, finiva di lamentarsi ed iniziava a danzare. Questo tendenzialmente accadeva il giovedì perché poi la domenica Marti toglieva la maschera da elfo per trasformarsi in una tigre.

Vederla ogni volta arrabbiarsi con se stessa, con l’arbitro, con le compagne, con l’allenatore è uno spettacolo, almeno lo è per “Lucariello” che può lanciarsi nei suoi amati paragoni con il calcio “vero”. Marti parla, sbuffa, punta, dribbla, sgomita e addirittura salta. Già, la bambina in partita diventa un gigante e si diverte a far gol addirittura di testa salendo più in alto delle sue avversarie. In pratica, Marti in quelle lunghe chiacchierate infrasettimanali a bordo campo con “Lucariello” ha risparmiato le energie per svettare poi la domenica come se fosse un centrale di difesa, come se fosse Camilla che il mister mette dentro ogni qualvolta c’è bisogno di centimetri lì dietro. Si trasforma Marti, per novanta minuti e più proprio come un qualsiasi calciatore di talento, come quelli che...appena l’arbitro fischia la fine riprendono a lamentarsi di tutto e per tutto. Che gioia per “Lucariello”. In qualsiasi presepe avesse costruito in futuro, Marti avrebbe sempre trovato posto.

“Lucariello” stava dunque iniziando una forma di conversione a quel presepe? Chi può dirlo, di certo non catalogava più ciascuna ragazza semplicemente con il suo numero di maglia, quasi ad elencarle più che a visualizzarle. Non esisteva più “il pastore numero...”, sia perché era passato un po’ di tempo sia perché aveva leggermente preso confidenza.

Ecco, adesso era per lui il momento di chiedersi se si trattava - come spesso gli era accaduto - di semplice abitudine, essendo per natura pigro e ricercando sempre quella ripetitività quotidiana che gli dava un senso di sicurezza. Ci si può dunque abituare a qualcosa che non ci piace al punto tale da farcela piacere? Non aveva una risposta a questa domanda “Lucariello” forse perché in realtà faceva in modo di non porsela troppo insistentemente. Erano passate le partite, quasi tutte vinte per fortuna, erano passate le settimane e la squadra stazionava stabilmente in testa alla classifica, erano passati i mesi e gli sembrava quasi di essere dentro al suo “solito” presepe.

Aveva capito che era tutto diverso ma nel contempo tutto così simile a quel presepe che lui tanto amava. Ciò che non aveva ancora compreso era la necessità di guardare da un’altra prospettiva. Invece, di spostarsi di lato e cambiare angolo di visuale, si sforzava ancora, in maniera testarda e spesso improduttiva, a fare paragoni.

Gli sembrava che questo presepe volesse scimmiottare quelli che lui ammirava in chiesa da piccolo senza riuscire ad emularne il fascino per grandezza, spettacolarità delle cascate, delle grotte, delle botteghe. In realtà non era così, in realtà questo presepe era semplicemente “altro”.

Inoltre, aveva comunque dei pezzi pregiati e pure una insospettabile cura dei dettagli che spesso nel presepe “vero” veniva trascurata perché l’occhio si perdeva sempre sulla mangiatoia, sui personaggi principali, e non cadeva quasi mai sui pastori più piccoli ma ugualmente significativi.

Tuttavia, di quel presepe non lo convincevano affatto alcune cose determinanti e delle quali aveva sentito discutere: le misure delle porte, del campo e perché no il peso del pallone. Ecco, forse un presepe in miniatura lo avrebbe intrigato di più, ma loro - le donne - non ne volevano sentir parlare perché se erano più “tutto” non potevano essere da meno proprio nel calcio. Non potevano darla vinta a chi come “Lucariello” con piacere le avrebbe rinchiuse in un rettangolo più stretto, al massimo avrebbero lavorato il doppio per cercare di riempire gli spazi.

Tra le tante differenze che “Lucariello” si ostinava ad evidenziare ce n’era una, lo avrete capito, alla quale non riusciva a rassegnarsi: il “silenzio”. Regnava in campo, come già detto, ma anche fuori. Le scelte venivano dell’allenatore - ad esempio - venivano rispettate, quasi sempre (per fortuna perché altrimenti si sarebbe perso ogni gusto), in quel modo così atipico: in silenzio. Azzurra non giocava praticamente mai, ci stava male da cani e “Lucariello” lo aveva intuito. Lei però la soddisfazione di dirglielo stentava a dargliela e non perché non ci fosse feeling ma perché non le sembrava giusto farlo. “Incredibile”, pensava Lucariello. Dovrebbe sfogarsi, metter zizzania, magari coalizzarsi con Alessia, Asta, Pagnu e qualcun’altra per creare una fronda, un partito di opposizione. Non accadeva nulla di tutto ciò, e per “Lucariello” era stupefacente. Lui la domenica si appostava per almeno un tempo vicino ad Azzurra “sperando” in una critica ad una compagna, in un banalissimo “ma hai visto che ha combinato?”. Niente, niente di niente. Azzurra sembrava solo aspettare il novantesimo per scendere in campo, esultare con le altre e farsi una foto o fare una stories. Insomma, aspettava i suoi 15 secondi, la sua stella cadente.

“Lucariello” non capiva proprio come fosse possibile, specie considerando il fatto che Azzurra era l’unico pastore che conosceva, di fama, prima ancora di approcciarsi a questo nuovo presepe. Lei, la “figlia di”, un cognome che era un marchio di fabbrica ma che non le pesava, semplicemente la inorgogliva. Ne faceva giustamente un vanto, non uno scudo rispetto alle sue timidezze che provava a mascherare dietro un’energia sorprendente. Il valore aggiunto di Azzurra evidentemente era un altro, era la mamma. Questo “Lucariello” lo aveva capito, un giorno lo aveva detto ad “Azzu” guardandola dietro ad una telecamera e lei era scoppiata in lacrime. Tra loro, invece, era scoppiata una scintilla e lei sembrava quasi più leggera, anche in campo. Maglia numero 7, non a caso, fantasia, dribbling, qualità: Azzurra ti punta e ti salta, viene dentro il campo e si diverte. Poi se va in panchina quasi è felice, se va in tribuna mastica amaro ma mai al punto da non assaporare il dolce gusto della vittoria con le compagne. Mica succede spesso in quell’altro presepe, era costretto in qualche modo ad ammettere “Lucariello”.

Per “Lucariello” il presepe era...Napoli. Ci aveva sempre visto la sua città in quella rappresentazione di Betlemme, forse perché una delle frasi che meglio fotografa Partenope recita così: “Il presepe è bello, sono i pastori che lo rovinano”.

Già, Napoli. Così bella appunto e nel contempo così disprezzata da chi la vive. In questo “Lucariello” si considerava atipico perché lo ammetteva, ammetteva cioè i limiti suoi e dei suoi concittadini e non lo faceva soltanto dinanzi ai napoletani. Non gli piaceva affatto l’idea che “finché ce lo diciamo tra noi va bene ma gli altri non si debbono permettere”. Le critiche - se costruttive - erano uno strumento di analisi e addirittura talvolta di crescita. Deformazione professionale, forse, quella di “Lucariello” che pure però - con malcelato orgoglio - aveva sempre cercato nel corso degli anni di raccontare i pastori più belli di quel presepe.

Non i più in vista, i più belli perché la differenza per quanto sottile è marcata. Grazie a Luigi aveva raccontato Scampia e le sue meraviglie: la palestra di Gianni, Pino e Marco, la villa comunale durante il Mondiale 2014, i vivai della zona che brulicavano di talenti. Certo, aveva raccontato anche le mille contraddizioni della sua terra, di quella terra, perché non è un caso se lo stadio di Scampia è intitolato ad Antonio Landieri, vittima innocente della camorra, e non dimenticherà mai, “Lucariello”, che a pochi passi da lì aveva dovuto scrivere e raccontare di Ciro Esposito, della salma arrivata all’Auditorium, del funerale in piazza nel giorno più triste e caldo di cui aveva memoria. La doccia fredda non bastò, una volta tornato a casa, a togliergli di dosso certe sensazioni.

Emozioni forti ma forse neppure paragonabili a quelle che doveva aver provato Antonio, il parroco che avrebbe celebrato il matrimonio di “Lucariello”, quando uccisero Genny davanti alla sua chiesa, per errore, durante una “stesa”. Si scrisse anche che l’obiettivo del raid fosse in realtà un tifoso che aveva preso parte ad una rissa al San Paolo durante Napoli-Sampdoria, poco importa di fronte alla morte di un ragazzo innocente. Piangeva Antonio tre giorni dopo quell’agguato mentre celebrava il matrimonio di “Lucariello”, da noi dolore e felicità si mischiano di continuo.

“Lucariello” ad esempio grazie al pallone era stato a lungo a Pianura nell’anno dell’emergenza rifiuti, lo sport aveva restituito dignità e speranza a quel quartiere. Dignità e speranza erano impressi dal primo momento negli occhi di Benny, giovane ragazza della Sanità - guarda caso il quartiere di Antonio e di Genny - e delicato pastore di questo nuovo presepe. Bionda, riccia e bella: la piccola Benny sembra una principessa delle favole, con le lentiggini e le scarpette da calcio. Tanto dolce fuori dal campo, quanto combattiva sul terreno di gioco. La vita doveva averle insegnato ad essere così, pensava “Lucariello” che, però, per fortuna andava oltre gli stereotipi della “storia di rivalsa delle ragazza nata nel quartiere difficile”. Lui rifiutava i cliché, Benny faceva altrettanto e di conseguenza era così meravigliosamente diversa da come avrebbe potuto essere. Mai un lamento, mai un accenno a chi era e da dove veniva, solo il sorriso di chi ha dentro quella luce che magari vedi sbucare nella piazza della Sanità quando esci di casa, attraversi un paio di vicoli nei quali i palazzi ti impediscono di vedere il sole, e poi all’improvviso ti trovi in mezzo alla gente, alla tua gente, ed il calore lo senti venire dall’esterno ma anche dall’anima. Se Napoli è l’Inferno ed il Paradiso di Dante senza possibilità di Purgatorio, Benny era Beatrice che guidava “Lucariello”. Corre, lotte, suda e spera in un posto, in una presenza. Ha la vita davanti ed il coraggio per affrontarla. È dotata e farà strada, come quei pastori belli che non sono magari i più in vista ma che anno per anno metti sempre un po’ più avanti sul presepe perché conquistano spazio nel tuo cuore.

Dunque, “Lucariello” si stava convincendo che per apprezzare quel presepe era necessario spostarsi un po’ di lato, evitare insomma di guardarlo dallo stesso punto dal quale era abituato a rimirare i grandi campioni della Serie A.

Era un po’ come quando da ragazzo - dopo qualche anno nei Distinti - si era trasferito prima in Nisida e poi in Curva B. Il campo è sempre lo stesso, i calciatori che lo affollano sono sempre ventidue, ma la prospettiva dalla quale guardi una partita ha il potere di cambiare il tuo giudizio su un tiro, un fallo, un fuorigioco.

Tra l’altro a “Lucariello” era sempre piaciuto guardare il calcio con una “visione periferica”, provando ad immaginare cosa ci fosse oltre quel rettangolo verde e quei “pastori” che lo riempivano in modo spesso ingombrante con la loro tronfia presenza. Chi erano stati questi campioni prima di diventare tali, cosa avevano vissuto, in quale “barrio” si erano formati?

“Lucariello” era essenzialmente un curioso, uno di quelli che quando lo conosci più che un’intervista ti fanno un interrogatorio (e se la cosa vi dà fastidio e lo considerate quasi una forma di stalking probabilmente avete ragione). Però a quel “vizio” non sapeva porre un freno e se davanti aveva un calciatore le domande che gli poneva erano quasi sempre le stesse. “Chi siete, da dove venite e cosa portate?”, Troisi docet. “Lucariello” non aveva una scaletta in mente quando faceva le domande ma poi si accorgeva che andava a toccare sempre gli stessi tasti ricevendo in molti casi risposte analoghe.

Alla fine si era convinto che quelli che lui era abituato a vedere erano quei pochi pastori “sopravvissuti” a quella moltitudine di eventi che incidono nella vita di un calciatore. In pratica, si parte più o meno quasi tutti dalle stesse basi (tranne i predestinati) ma quelli che arrivano ad essere protagonisti rappresentano una percentuale risibile. Loro possono raccontare di avercela fatta, gli altri possono solo raccontare i sacrifici giovanili. Uguali, identici, che tu sia diventato Insigne o più semplicemente un calciatore di Eccellenza o Promozione. Insomma, le storie sono quelle. Cambia il finale, e non è poco.

Questi paragoni arditi gli piacevano tantissimo, inutile dirlo. “Lucariello”, lo ricorderete, era convinto da sempre che il calcio era uguale in tutte le categorie e la sua carriera gli aveva confermato - una volta tanto - la bontà di questa teoria. Aveva scalato anche lui tutti i gradini e praticamente brevettato una sorta di involontaria “intervista tipo”, dalla quale si evinceva che il calciatore è un uovo di Pasqua all’interno del quale non sai però che sorpresa troverai.

Anche gli argomenti negli spogliatoi sono sempre gli stessi, si parla tanto - troppo - di soldi, di contratti, di agenti, di donne e ci si prende in giro. Cambiano le cifre di certi discorsi, la bellezza delle donne di cui sopra, non certo gli sfottò che - in gran parte dei casi - vanno dal modo di vestire a quello di portare i capelli. Come in una camerata, come a scuola. Ecco,  immaginare tutto questo in quel nuovo presepe gli riusciva difficile. “Lucariello” aveva sì trovato molte storie simili tra loro di ragazze che avevano un “vissuto comune” ma non aveva ritrovato quelle banali dinamiche da bar cui era abituato da anni.

La sua “livella” dunque funzionava fino ad un certo punto. Sara era lì per fargli capire perché. Diverso, troppo diverso, dal resto del presepe questo ingegnere-centravanti o centravanti-ingegnere (fate voi, come preferite). Come tutte, però, Sara era ogni giorno lì a soffrire, a sudare, a correre, a lottare perché il calcio ad un certo punto lo aveva addirittura lasciato per proseguire gli studi ed ora che lo aveva ritrovato andava troppo veloce anche per lei che ha un fratello atleta. Così, si dannava alla ricerca anche solo di un posto in panchina quando invece già aveva un posto di lavoro che avrebbe dovuto lasciarla tranquilla. Tutto questo, però, “Lucariello” lo aveva scoperto con il tempo perché Sara certo non era andata a dirglielo o a vantarsene. Insomma, per tanti aspetti lei era esattamente come le altre. Il problema era che però anche loro, le altre, non erano “assimilabili”. Ciascuna aveva infatti i suoi interessi: Caffe la grafica, ad esempio, Marta invece la logistica. Lavoravano e giocavano, studiavano e giocavano. Impossibile stavolta fare paragoni con quel presepe che a “Lucariello” piaceva tanto perché per quei pastori dopo l’allenamento esistevano sempre le stesse cose e non sto neanche a dirvi quali.

Nessun giudizio culturale intriso di femminismo muoveva “Lucariello” in questo ragionamento anche perché non ha mai ritenuto i calciatori “ignoranti” come fanno i più giudicando in maniera superficiale la vita di quei ragazzi. Semplicemente, “Lucariello” aveva dovuto constatare che queste ragazze erano anche “altro”, non solo dentro ma anche fuori dal campo. La loro livella erano gli sforzi compiuti ogni giorno per affermarsi, nella vita e come donne prima ancora che nel calcio, ma nello spogliatoio non c’era spazio per i soliti ragionamenti da “bomber”. Sara mentre ripiegava la roba nel borsone stava infatti già pensando alla giornata di lavoro che ancora doveva iniziare e spesso andava di fretta. Per questo non parlava tanto con “Lucariello”, ma i due si intendevano con lo sguardo e quando lei non aveva tempo per fermarsi a chiacchierare, lui la lasciava andare. La salutava e si spostava di lato mettendosi lì dove quel presepe poteva finalmente apprezzarlo meglio.

Si era messo finalmente nella posizione adatta per apprezzare qualcosa di inedito, il buon “Lucariello”. Non guardava più dalla solita prospettiva e dunque non cercava di fare paragoni, incredibile ma vero. Aveva davanti un presepe diverso sì e che non aveva mai visto fino a quel momento, ma non stava lì a chiedersi perché non gli piaceva e nemmeno semplicemente a constatare che non era di suo gradimento. Stava lì e lo osservava, senza paranoie.

Non aveva smesso di farsi domande e non si era ormai “disilluso”, aveva semplicemente cambiato approccio. Aveva imboccato una strada diversa, sconosciuta, e conosciuto una serie di nuovi pastori che avevano reso il cammino meno impervio e più interessante del previsto.

Non era una conversione in piena regola, sarebbe stato sempre lì a guardare il vecchio presepe per ore, ma una presa di coscienza effettuata compiendo un semplice passo laterale. Niente pregiudizi e neppure giudizi, come quando a Natale vai a casa di amici e guardando il presepe esclami compiaciuto “lo fai anche tu?”. Ti soffermi su qualche pezzo, ne guardi l’insieme e non stai lì necessariamente a chiederti se è più o meno bello del tuo o di quello di qualcun altro, o di quello che hai visto in chiesa. Il presepe c’è e tanto basta per comprendere appunto che gli “alberisti” non abitano lì.

Ogni presa di coscienza, ogni convincimento che crolla, ogni radicale cambiamento di idee, ogni posizione che muta, ha un punto di svolta. Nel caso di “Lucariello”, dopo tanto peregrinare per quel nuovo presepe, dopo averlo odiato, dopo averne conosciuto e studiato i pastori, dopo averli inquadrati e magari in certi casi anche ammirati, la svolta è arrivata...dal campo.

Già perché le risposte - come detto - le fornisce sempre lui, l’unico insindacabile giudice. Deppy aveva tutto - ma proprio tutto - del calciatore modello. Un pastore scultoreo, giovane, con un soprannome al posto del nome - come fosse Canè (ma questo lei non poteva saperlo e lui non gliene faceva una colpa). Aveva quell’aria tipica del centravanti: strafottente al punto giusto, critica nei confronti di se stessa come nessuno, capace di arrabbiarsi in modo feroce per uno stop sbagliato e di rimettersi in moto un secondo dopo. Veniva al campo e guardava le altre entrare a fare le posture mentre lei aveva ancora la musica nelle orecchie. Quando non era a fare allenamento, dormiva. Dormiva mentre la sua connazionale, Tati, una ragazza greca dal sorriso dolce come il miele, magari andava in giro per Napoli, andava in Costiera, andava ovunque. Deppy no, Deppy dormiva. Quando si svegliava parlava poco e con fastidio, al massimo concedeva qualche briciola in inglese.

Poi però la domenica si caricava sulle spalle il peso dell’attacco e iniziava a danzare a ritmo frenetico e con rara eleganza. Un nove “vero” che quando ti punta ti lascia sul posto, quando difende la palla te la nasconde. “Lucariello” lo aveva intuito, per capirlo ha dovuto marcarla. Prima palla addosso a Deppy, calcione da dietro. Seconda palla addosso al bomber, calcione da dietro. Terza palla addosso al centravanti, calcione da dietro e sguardo giustamente torvo della ragazza. Quarta palla sulla punta, “Lucariello” si stacca e lei manda in porta una compagna toccandola di esterno.

Deppy sorride, non lo aveva quasi mai fatto fino a quel momento. Non irride l’avversario, si diverte semplicemente a giocare di fino. L’istinto del killer le verrà con il passare degli anni, pensa “Lucariello”. Adesso già è tanto che quando non segna le viene da piangere, perché la sensibilità è femmina e questo è incontrovertibile.

Si scioglie anche lei, Deppy che sembra una statua del Partenone. Si scioglie e comincia a scherzare con le compagne e anche con “Lucariello” che si era improvvisato Bruscolotti senza successo. L’allenatore prova e riprova gli schemi, lei è il terminale. Sempre. “Ball to Deppy and we hug”, “palla a Deppy e ci abbracciamo” le dice “Lucariello” di continuo. Lo si dice in tutti gli spogliatoi, almeno in quelli che hanno un bomber come lei, come Deppy. Pensateci bene, è il primo paragone “al contrario” che fa “Lucariello”. Il presepe si è capovolto.

Questo puzzle di racconti è stato scritto su un iPhone ai tempi del Coronavirus. Nasce per una esigenza, quella interiore di “Lucariello” di raccontarsi appena scollinata la soglia dei 40, e dall’aver sedimentato alcune delusioni ed alcuni incontri.

Nasce perché Giulia e Chiara ogni tanto gli dicevano “ma perché non scrivi “seriamente” qualcosa” e perché “Lucariello” aveva bisogno di una sfida con se stesso. Nasce da quello che le ragazze gli hanno trasferito in pochi mesi: emozioni, sussulti, grida.

A “Lucariello” è sembrato che loro – le calciatrici del Napoli Femminile – si stessero prendendo una rivincita diversa ogni giorno e senza alcun senso di vendetta. Lui desidera fare lo stesso e sta provando a prendere spunto. Si tratta, però, di un cammino complicato, lungo come il campionato e costellato di vittorie e sconfitte dalle quali imparare. A proposito, le vittorie di Deppy e compagne erano state 11 – in 15 partite – fino al giorno in cui la stagione è stata sospesa. Il Napoli Femminile è primo in classifica, merito anche di qualche maschietto (cito l’allenatore Giuseppe Marino perché impegnato ogni giorno sul campo con 28 donne…). La scalata verso la Serie A si è solo interrotta, continuerà.

Il viaggio di queste ragazze è ancora in corso, invece, e…IO , “Lucariello”, non so dove le porterà. Per il momento, mi sono messo di lato e cammino al loro fianco. Non riesco più, infatti, a star fermo davanti al presepe. Cambio continuamente posizione, alterno i vecchi pastori ai nuovi e non mi stanco mai di guardarli. Come quando ero bambino.