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Una vita da Ametrano

Raffaele Ametrano ha la valigia aperta sul letto. Sembra incredibile dirlo oggi in tempo di Coronavirus eppure il suo bagaglio è lì, pronto per essere arricchito ancora.
Il desiderio di continuare a riempirlo lo anima ogni giorno, nell’attesa di tornare a casa – nella sua Castellammare – dall’amato Friuli dove ormai di è trasferito. Va veloce, come faceva in campo, e mette in fila gli argomenti come stesse dirigendo una sessione di allenamento, lui che dopo quattro anni da allenatore nel vivaio dell’Udinese ha lavorato quest’anno nello staff di Salvatore Sullo al Padova come vice dell’ex “secondo” storico di Ventura.
“È un momento difficile, pensare di giocare senza pubblico è come rassegnarsi a perdere l’essenza di questo sport. Ho vissuto per esultare con la gente, perché no anche per sentirla fischiare, e pensare che adesso l’unico modo eventualmente per riprendere sia farlo a porte chiuse mi fa star male”. Ametrano teme per il futuro del calcio e dei giovani calciatori: “Perderanno momenti topici della loro crescita umana e professionale con questo stop forzato ed inoltre, ripeto, ricominciare non sarà semplice anche perché il calcio è una passione popolare che va coltivata”.
Già, la passione. Il segreto di Raffaele, multitasking in campo e nella vita: “La strada è stata il mio primo allenatore, oggi invece i ragazzi hanno moltissime distrazioni e fatichi a tenerli sul campo. Per questo credo sia stata una fortuna per me allenare per quattro anni nel settore giovanile dell’Udinese, ho capito che tante cose non sono più come una volta ma anche provato a trasmettere i valori di un tempo”.
I suoi valori, quelli che lo hanno portato in giro per l’Italia e per il mondo con svariate maglie addosso (non solo quelle della Juventus o del Napoli ma anche quella – ad esempio – della Nazionale Under 21 campione d’Europa nel 1996). “Per diventare un calciatore vero devi vivere la sofferenza, quasi “gustartela”  e non mollare alle prime difficoltà. L’ho imparato sulla mia pelle da maestri come Massa o Abbondanza, che educavano e nel contempo allenavano”. Il calcio, la tecnica, la vita: “Stop e palleggio, all’infinito. Fondamentali che mi sono portato dietro per tutta la carriera e che ora cerco di trasferire da allenatore”.

Si viaggia su binari paralleli: campo e panchina, ricordi e attualità. “Sono passato da Ischia in C prima di approdare ad Udine ed in Under 21 – ricorda Ametrano -, quella sull’isola è stata una tappa fondamentale. Quest’anno a Padova ho visto ragazzi giovani fare un processo di crescita simile attraverso un campionato importante in una piazza di grande tradizione, “farsi le ossa” in provincia resta molto formativo quando ancora non sei pronto per certi palcoscenici”.

Raffaele è cresciuto in fretta grazie anche a Cesare Maldini: “In Under 21 ero l’unico che veniva dalla B, mi diede grande fiducia in un gruppo che poi ha rappresentato la base di quello che dieci anni dopo ha vinto il Mondiale a Berlino. Con me c’era gente come Cannavaro o Nesta ed in quella finale con la Spagna battemmo ai rigori i vari Raul, Mendieta, de la Peña”. Nessuna nostalgia, tanta concretezza: “Sono cresciuto tantissimo alla Juve pur giocando quasi zero, ma vincere l’Intercontinentale a Tokyo mi ha ripagato di tanti sacrifici fatti al fianco di quei campioni ogni giorno in allenamento. In bianconero sono diventato quello che poi sono stato: un calciatore di rendimento”. Per Ametrano è “la professionalità che fa la differenza”. Lui si è distinto per questo aspetto ovunque è andato a giocare: “La mia carriera è stata un sogno, anzi un viaggio. Mi piaceva cambiare, ho girato l’Italia. Faccio per dire, Empoli con quei campioni e con Spalletti o Messina con il calore del “Celeste”: mi sono goduto tutto quello che ho meritato. Poi, a Castellammare si è chiuso un cerchio: la Juve Stabia era la squadra per cui tifavo da piccolo, papà mi portava a vedere le partite quando il campo era ancora in terreno ed entrava l’autobotte per innaffiarlo…“.
Capitolo chiuso, primo bagaglio messo in soffitta. Una parentesi in tv (“ho sostituto Adani a SportItalia ma non chiedetemi di usare i social come ora fa lui”, scherza Ametrano) e poi la panchina. Altro sogno, altro viaggio. “Che allenatore sono? Uno che sente forte alla responsabilità del ruolo, San dalla prima seduta con i ragazzi. Sto collezionando esperienze diverse, mettendo dati in archivio. Spero di essere innanzitutto credibile agli occhi di chi mi ascolta. Mi è sempre piaciuto chi parla poco ma lo fa in modo diretto. Lippi alla Juve aveva questa qualità, toccava le corde giuste. Con De Canio a Napoli mi ero inizialmente preso male, poi ci chiarimmo a quattr’occhi è da allora ho grande stima per lui, per il suo essere “vero”. Zaccheroni, invece, era tatticamente avanti, lavorare con Sullo quest’anno è stata una fortuna. Ho imparato ad usare bene i video, ma credo tanto nelle percezioni del campo, nella capacità percettiva dei calciatori quando gli dai un suggerimento. L’aspetto morale viene prima di quello tecnico, serve riscoprire ad esempio il senso di appartenenza. Il campo è sacro, va rispettato”. Chiudete le valigie, Ametrano sta tornando.

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