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Maradona, Hamsik e l’invidia

L’ho amato come ha potuto farlo – per nostra fortuna – ogni bambino napoletano nato nel 1980 e dintorni. Diego Armando Maradona poi l’ho visto – da vicino – quattro volte incrociandolo nel mio percorso professionale: una in un albergo sul lungomare, una al San Paolo per la partita di addio al calcio di Ferrara, una in Corso Umberto e l’ultima in via Tasso. Tutte conferenze, meno una…
Chi c’era, colleghi e infiltrati, ricorderà come il mito sia apparso appannato ma non per questo meno magnetico. Almeno, questa è l’impressione che ho avuto il giorno in cui Beppe Bruscolotti mi indirizzò – insieme ad un paio di colleghi – verso il suo ristorante dove Diego sarebbe transitato. Ecco, lì ho visto Maradona per davvero, io taccuino tremante in mano e lui che commentava con noi intimi un Udinese-Napoli (0-0) che era appena andato in scena. 
Era il febbraio 2013 ed io quel giorno non lo scorderò più. Diego era in discrete condizioni, ottime non direi, ma era Diego e per la prima volta io ero lì al suo cospetto come tantissime volte è capitato a quei colleghi più anziani che per questo – e per tanto altro – invidio. Trasmetteva magnetismo, non sono capace di usare un termine diverso e mi ricordava perché avevo sognato sin da quando lui giocava di fare il giornalista e raccontarne le gesta.
Ed allora, buon compleanno D10S – oggi che hai appena vinto con il tuo Lobo e nel giorno in cui Hamsik torna a Napoli. Non me ne voglia Marek, tra lui e te c’è un mondo – quello del calcio – che non è più lo stesso.

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