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Giornalista sportivo - sempre meglio che lavorare.

Una triste realtà di cui tenere conto

Ha detto tutto Davide Bucco, che non conosco di persona ma che i colleghi napoletani di Sky mi descrivono come un ottimo professionista.  Difficile aggiungere qualcosa al suo tweet che ha riscosso un discreto successo tra colleghi – quasi tutti della mia generazione. Oggi Brera scriverebbe venti righe – perché di più non si leggono secondo i “criteri” moderni – per tre euro lordi.

È così, piaccia o meno. Che sia un peccato è addirittura scontato dirlo perché magari i nuovi Brera così non li leggeremo mai. Cercheranno un’altra occupazione, nel migliore dei casi perché altrimenti si incaponiranno nel voler fare i giornalisti “a parametro zero o quasi”. Magari troveranno strade alternative che io sto esplorando a fatica ma non che partono da presupposti diversi: followers, visualizzazioni engagement, sponsor…oh my God 

Ma allora perché tanti giornalisti – nel senso di iscritti all’Ordine – sfornati ogni anno, tante testate registrate on line (sta per diventarlo anche questo sito), tanti corsi di formazione (talvolta di disinformazione)? Domande cui non so rispondere, pur avendo visto questo mestiere cambiare sotto i miei occhi negli ultimissimi vent’anni. Avessi una formula magica, la condividerei – come fanno tutti ora sui social – con i tantissimi ragazzi che incontro quando mi chiamano per fare docenze ai master (privati o pubblici) rivolti a chi vuole fare questo mestiere, ma lo farei anche con tutti quelli che mi contattano per poi incontrarmi e parlare dello stesso argomento.

Pochi leggono, tutti credono di sapere di più di qualsiasi argomento rispetto a chi ne scrive magari da anni e nessuno è disposto a pagare per informarsi (per vedere un evento sì, ma finito quello “spengo la tv, riapro i social e vomito odio”). Allora, che facciamo? Navighiamo…a vista, però, senza illuderci che navigare sia l’approdo futuro ma senza escludere che possa esserlo. 

 

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