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Razzismo, partita persa

Il razzismo è una cosa seria. Lo banalizziamo quando parliamo di calcio e quando pensiamo riguardi solo Koulibaly o Balotelli. Dire che non dovrebbe esistere in assoluto è parimenti banale, dire che non dovrebbe esistere nello sport visti i valori che ne sono alla base è fondamentale.
Invece c’è, eccome. E non è (solo) quello dei cori o degli ululati rivolti a Kalidou ed ai suoi fratelli. È quello di tutti i giorni sui campi di periferia, tra ragazzi che giocano in squadre diverse ma praticano lo stesso sport. Ne ha scritto oggi l’amico Ciro Troise sul Corriere del Mezzogiorno con riferimento – ad esempio – ad un cestista di Giugliano apostrofato in malo modo da un avversario e raccontando un altro paio di episodi da voltastomaco dell’ultimo week-end.
Il problema – quello vero – non sono gli imbecilli da stadio ma quelli da campo che sono a loro volta “uomini di sport”, padri e figli. Ci si insulta, per carità, su tutti i campi perché l’adrenalina è alta e magari ti si chiude la vena, ma farlo per il colore della pelle vuol dire avere una fredda lucidità, vuol dire voler colpire proprio lì.
Vien da chiedersi perché è cosa fare? Alla prima domanda non ho una risposta perché bisognerebbe avere una mente perversa per poterne fornire una. Le sanzioni, invece, debbono essere roba seria: radiazione per chi in campo si rende protagonista di certi insulti – se riportati ovviamente nel referto del direttore di gara – e perdita della partita per la propria squadra. Una idea, quest’ultima, da mutuare anche per gli ululati e i cori da stadio: chiudere i settori non serve a nulla se non a spostare gli imbecilli: la partita persa tocca i tifosi – quelli veri -, i calciatori e le società.

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